di Enrico Sgariboldi | 31 marzo 2026 | Tempo di lettura: 3 minuti
Nel 2003 Giorgio Gaber scrisse la canzone “Io non mi sento italiano”, e in quel verso c’era già tutto: l’appartenenza scomoda, l’orgoglio ferito, l’amore ostinato per un paese che non smette di deludere chi ci crede.
Vent’anni dopo, oltre 180.000 cittadini si sono iscritti all’AIRE, il registro degli italiani residenti all’estero. E gli esperti concordano che il numero reale sia ben più alto, perché molti emigrano in silenzio, senza registrarsi. Partono giovani, partono pensionati. Partono, ormai, tutti.
Esiste una metafora antica quanto la civiltà: lo Stato come padre, il cittadino come figlio. Il padre alleva, educa, sostiene. Il figlio cresce, contribuisce, e un giorno si prenderà cura di lui. Un patto semplice, fondato sulla fiducia reciproca.
L‘Italia avrebbe tutti i presupposti per onorare quel patto: ha scritto una delle Costituzioni più belle del mondo, piena di promesse di equità e protezione sociale. Eppure nella vita concreta lo tradisce ogni giorno. È solo un padre che conosce le parole giuste.
“L’Italia non è ancora un paese / è solo un bel paesaggio.” Giorgio Gaber
Purtroppo, in questa battuta c’è tutto. Un mercato del lavoro che non premia il merito ma le conoscenze. Una pressione fiscale tra le più alte d’Europa. Tempi medi della giustizia civile che superano i sette anni. Liste d’attesa di anni per una visita specialistica. Infrastrutture al Sud che restano un’emergenza cronica. La bellezza del paesaggio, naturale, artistico, umano, non basta più a trattenere chi ha bisogno di un futuro concreto.
La differenza tra Berlino, Londra o Amsterdam rispetto all’Italia è che quei paesi restituiscono ai loro cittadini servizi funzionanti, merito riconosciuto, burocrazia affrontabile.
Sono padri esigenti, ma affidabili.
E chi rimane? Chi sceglie di restare continua ad amare un paese che non ricambia, ad aspettare riforme che non arrivano, a pagare tasse per servizi che non funzionano. Restare, in Italia, è diventato un atto di fede o di rassegnazione.
“Ho ancora la forza di indignarmi / ma forse è solo abitudine.” Giorgio Gaber
Emigrati e rimasti portano la stessa ferita. I primi l’hanno curata altrove. I secondi aspettano ancora che qualcuno si accorga di loro.
Gaber racchiuse in quella canzone una presa di distanza amara e lucida da uno Stato che promette e non mantiene.
La domanda che pongo ai nostri politici è questa: fino a quando un figlio può continuare ad amare un padre che non lo vede?
Enrico Sgariboldi


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