Il settore italiano del tessile e abbigliamento, pilastro storico del Made in Italy, ha registrato una contrazione significativa nelle sue performance di export nei primi sette mesi del 2025. Secondo i dati diffusi da Confindustria Moda, le esportazioni totali hanno raggiunto $21.7 miliardi di euro nel periodo compreso tra gennaio e luglio 2025, segnando un decremento del 2,5% rispetto allo stesso intervallo temporale del 2024. Questo rallentamento, sebbene contenuto, rappresenta un segnale di allerta cruciale e solleva interrogativi sulla vulnerabilità di un segmento industriale che è sinonimo di prestigio e alta qualità a livello globale.
La flessione è in parte attribuibile a un indebolimento della domanda in alcuni mercati chiave, ma anche all’impatto di fattori macroeconomici esterni e alla crescente concorrenza, in particolare da parte di player extra-UE. Sebbene il segmento del lusso di fascia alta (con aziende come Prada, Armani, Gucci) tenda a mantenere una maggiore resilienza, il calo colpisce soprattutto la filiera manifatturiera e le PMI che producono per il fast fashion e il mass market. La recente proposta italiana di imporre una tassa sui pacchi low-cost provenienti da fuori UE si inserisce proprio in questo contesto di difesa della filiera nazionale dalla concorrenza sleale e non regolamentata.Questo momento di difficoltà, tuttavia, viene visto da molti operatori anche come un’opportunità per accelerare gli investimenti in innovazione e sostenibilità. Le aziende italiane stanno puntando su tecnologie per la moda circolare (come l’uso di fibre riciclate) e sulla tracciabilità digitale della filiera, due elementi che rafforzano il valore aggiunto e la distintività del Made in Italy sul mercato. La capacità del settore di superare questa fase di calo dipenderà dalla rapidità con cui si riuscirà a integrare l’artigianato storico con le esigenze della tecnologia e della green transition.





