Articolo giornalistico del 14.01.2026 sulla rivista CodiceItalia
C’è un momento nella vita di ogni imprenditore in cui i risparmi finiscono e i primi guadagni non bastano più. Molti pensano che basta bussare alla porta di una banca e ottenere un prestito. Ma chi ci è passato sa che non funziona così. Il credito non è mai un passaggio diretto: è un percorso a tappe, fatto di ostacoli, scelte e rischi.
Chi ha avviato un’attività lo sa bene: si parte sempre con poco. Risparmi accumulati in anni, un prestito da un parente, i primi guadagni reinvestiti. È il cosiddetto “arrangiarsi”, fatto di fantasia e determinazione. Poi arriva il momento della svolta: serve un macchinario, un capannone, personale qualificato. Ed è lì che molti si rivolgono alla banca, immaginando che un sì risolva tutto.
Le prime tappe
Per le startup e gli aspiranti imprenditori senza garanzie solide, il microcredito può essere una prima soluzione. Si tratta di piccoli prestiti sostenuti da garanzie pubbliche o da enti specializzati. Il problema è che le banche convenzionate a offrire questa tipologia di credito sono ancora poche.
Vi è poi lo strumento del crowdfunding, ovvero la raccolta di capitali tramite piattaforme online, coinvolgendo sostenitori e potenziali clienti, consente alle startup di ottenere fondi da centinaia di persone, testando il mercato prima ancora di rivolgersi alla banca.
Un’altra opportunità utile è quella del credito agevolato, che offre finanziamenti regionali o nazionali a tassi ridotti e talvolta anche in parte a fondo perduto. Il problema sono i tempi lunghi e la burocrazia: spesso l’ente erogatore chiede di dimostrare di aver già pagato l’investimento prima di erogare i fondi. Chi non ha liquidità è costretto a ricorrere comunque al finanziamento bancario.
Spesso gli imprenditori non riescono a ottenere credito e accusano banche o Confidi, ma il vero problema è l’assenza di un business valido. Molti si focalizzano sulla ricerca di finanziamenti senza aver prima verificato se esiste davvero una domanda di mercato. Il “no” della banca non è sempre ingiusto: è spesso un segnale che il progetto necessita di maggiore analisi. Prima di cercare soldi, bisogna essere certi di avere un’idea che funziona. Competitor studiati, target definito, proiezioni realistiche. Serve una ricerca di mercato seria e un business plan solido. L’imprenditore deve essere il primo a credere nel proprio progetto, investendo una percentuale tra il 20 e il 30% dell’importo richiesto alla banca, che sale fino al 40-50% per startup e settori ad alto rischio. Questa regola, imposta da Banca d’Italia serve a verificare che l’impreditore creda davvero in quello che sta facendo.
I Confidi: la fiducia organizzata
È qui che entrano in gioco i Confidi, consorzi che garantiscono per le imprese basandosi sulla mutualità del rischio: la perdita di uno è assorbita dal Fondo di tutti. Nel 2024 i Confidi hanno assicurato 7,7 miliardi di euro di prestiti a oltre 1,2 milioni di imprese italiane. In Italia ci sono 179 Confidi, di cui 32 vigilati dalla Banca d’Italia.
I Confidi non offrono solo garanzie. Aiutano a migliorare la presentazione del progetto e a “parlare la lingua” delle banche. Un buon Confidi ti costringe a ragionare su quanto chiedere davvero e dove investire con precisione.
Secondo Unioncamere, il 38% delle nuove imprese italiane chiude entro tre anni. La ragione spesso non è la mancanza di capitale, ma di analisi. La domanda giusta non è “quanto mi serve?”, ma “quali mercati posso aprire con questo investimento?”
Quindi, l’ottenimento di un finanziamento dipende dall’incontro di tre forze: le garanzie dei Confidi, la guida di consulenti competenti e il coraggio degli imprenditori. È un percorso a tappe, fatto di pazienza e preparazione. Da soli non si arriva lontano.
Enrico Sgariboldi

Copyright notice © 2026 Enrico Sgariboldi (Author) – Testo registrato su blockchain Lutinx a tutela da riproduzioni non autorizzate.





