Dalla condanna in appello alle contestazioni della difesa: il caso dell’ex presidente della Camera riapre il tema dei processi italiani, troppo lunghi, troppo spesso fondati su impianti che finiscono tra assoluzioni, prescrizioni e polemiche. Alla vigilia del voto sulla separazione delle carriere, la domanda torna inevitabile: serve una riforma profonda della giustizia?
Il caso Irene Pivetti non è soltanto una vicenda giudiziaria che riguarda un’ex presidente della Camera. È anche, e forse soprattutto, uno specchio delle fragilità del sistema della giustizia italiano: tempi lunghi, esposizione mediatica anticipata, presunzioni che rischiano di consolidarsi prima ancora della parola definitiva dei giudici. La condanna in appello a 4 anni per evasione fiscale e autoriciclaggio, confermata dalla Corte d’Appello di Milano nel dicembre 2025, pesa come un macigno sul piano giudiziario e pubblico. Ma il ricorso annunciato in Cassazione e le contestazioni sollevate dalla difesa impediscono di liquidare il caso come una storia chiusa e lineare.
Secondo le motivazioni della sentenza d’appello, Pivetti avrebbe perseguito un “proposito criminoso”, nel contesto di operazioni commerciali del 2016. È la ricostruzione accusatoria, fatta propria dai giudici di secondo grado, e va riportata con chiarezza. Ma altrettanto chiaramente va riportato che l’ex parlamentare respinge integralmente quell’impianto, sostenendo che la condanna sarebbe maturata senza un’adeguata valorizzazione delle prove difensive e in presenza di elementi, a suo dire, incompatibili con la tesi dell’accusa.
Nell’intervista rilasciata a Economy Magazine, Pivetti afferma che i bilanci delle società coinvolte non sarebbero stati davvero considerati, che le testimonianze emerse in aula avrebbero confermato l’esistenza effettiva di uffici, collaboratori e dell’operatività aziendale, e che migliaia di email interne documenterebbero fatti diversi da quelli contestati. Sostiene inoltre che alcune deposizioni, incluse quelle di figure aziendali qualificate, avrebbero fornito un quadro non coerente con l’ipotesi accusatoria. Sono dichiarazioni di parte, certo. Ma non irrilevanti. Perché quando una difesa denuncia che il processo abbia ignorato carte, testimonianze e circostanze decisive, il problema non è stabilire mediaticamente chi abbia ragione: il problema è riconoscere che il dubbio pubblico, in casi del genere, non può essere trattato come un fastidio da rimuovere.
Ed è qui che il caso Pivetti si carica di un valore più ampio. In Italia il processo, troppo spesso, comincia ben prima dell’aula e finisce molto dopo la sentenza. Comincia con l’indagine, con le anticipazioni, con il sospetto che diventa marchio sociale. E finisce dopo anni, quando il danno reputazionale è già stato consumato. Anche se poi, talvolta, arrivano assoluzioni, proscioglimenti o prescrizioni. Il tema non è difendere aprioristicamente gli imputati eccellenti. Il tema è chiedersi se un sistema giuridico moderno possa tollerare che il peso dell’accusa diventi, in realtà, una forma di condanna anticipata.
I numeri aiutano a capire la portata del problema. I dati del Ministero della Giustizia mostrano che la durata complessiva dei procedimenti penali è in calo: al primo semestre 2025 si è registrata una riduzione del 37,8% rispetto al 2019, passando da 1.392 a 866 giorni medi. È un segnale positivo, che indica uno sforzo reale di recupero di efficienza. Ma lo stesso monitoraggio ministeriale conferma che l’obiettivo della “ragionevole durata” resta lontano da una piena normalizzazione: 3 anni per il primo grado, 2 per l’appello e 1 per la Cassazione continuano a essere i parametri di riferimento, non sempre rispettati nella pratica.
Ancora più significativo è il dato relativo agli esiti. Nel dibattito pubblico più recente sono stati richiamati numeri, elaborati su base ministeriale, secondo cui negli ultimi due anni oltre 226 mila processi di primo grado si sarebbero chiusi con un proscioglimento; nel 2024 il 59,1% dei giudizi ordinari di primo grado si sarebbe concluso con assoluzione, mentre nel 2025 il dato resterebbe superiore al 53%. Sono cifre che nel confronto politico vengono inevitabilmente usate come clava, e che quindi impongono cautela interpretativa. Ma segnalano una realtà difficilmente contestabile: tra l’avvio dell’azione penale e il suo esito finale spesso intercorre una distanza enorme, che impone umiltà a chi trasforma troppo presto un’accusa in verità definitiva.
C’è poi un altro indicatore che pesa come una sentenza sul sistema: quello dell’ingiusta detenzione. Nella relazione ministeriale aggiornata al 2024, il 77,4% delle ordinanze irrevocabili di accoglimento delle domande di riparazione deriva da archiviazioni, proscioglimenti o assoluzioni; nello stesso anno sono pervenute 552 ordinanze di pagamento per casi di ingiusta detenzione. Non si tratta di dettagli statistici. Si tratta della prova concreta che l’errore giudiziario, o comunque l’eccesso cautelare, non è una fantasia polemica, ma una ferita reale che colpisce persone e la credibilità delle istituzioni.
Anche la prescrizione continua a esporre il lato oscuro della macchina giudiziaria. In alcune relazioni ufficiali dei distretti giudiziari, come quella della Corte d’Appello di Bari per l’anno giudiziario 2026, i procedimenti prescritti restano su livelli significativi: 14% nei tribunali dibattimentali e monocratici del distretto, 12% in Corte d’Appello. Non è una fotografia nazionale completa, ma è sufficiente per capire che il tempo resta uno dei principali nemici della giustizia italiana.
In questo scenario, il caso Pivetti diventa inevitabilmente qualcosa di più del semplice fascicolo. Diventa una domanda politica e civile. È possibile che, dopo anni di indagini, verifiche e ricostruzioni internazionali, si arrivi a una condanna percepita da una parte rilevante dell’opinione pubblica come fondata soprattutto su elementi circostanziali e su una lettura unilaterale dei fatti? È accettabile che un’ex figura politica venga definitivamente marchiata prima che tutti i gradi di giudizio abbiano chiarito se le prove siano davvero complete, coerenti e univoche?
Nessuno, con serietà, può sostituirsi alla Cassazione. Nessuno può proclamare innocenza o colpevolezza sulla base di un’intervista o di un titolo. Ma proprio per questo il giornalismo ha il dovere di segnalare il cuore del problema: quando le carte raccontano una battaglia tra versioni opposte, quando i testimoni vengono richiamati dalla difesa come decisivi, quando il processo dura anni e produce una verità ancora contestata, il rischio è che la giustizia smarrisca il suo volto migliore e assuma quello, molto più inquietante, del pregiudizio.
Alla vigilia del voto del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale e sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, casi come questo impongono una riflessione che va oltre il nome coinvolto. Forse la giustizia italiana ha davvero bisogno di un profondo rinnovamento. Un rinnovamento che riduca i tempi, rafforzi le garanzie, limiti le zone d’ombra, sottragga il processo a letture troppo politicizzate e restituisca centralità a ciò che dovrebbe contare più di tutto: la prova, la verifica, l’equilibrio. Perché senza questo, il rischio è sempre lo stesso: non giudicare un fatto, ma costruire una colpa.




