Editoriale di Alessandro Civati
L’Italia non è un bersaglio casuale. È un bersaglio perché ha valore.
Il nostro Paese è una potenza manifatturiera, creativa, industriale. È interconnesso, digitalizzato, integrato nelle filiere globali. E ogni asset digitale rappresenta un potenziale punto di attacco.
La Pubblica Amministrazione ha accelerato la digitalizzazione dei servizi. È un progresso fondamentale. Ma la velocità non è sempre stata accompagnata da una maturità omogenea nella sicurezza.
Le PMI, che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo, sono spesso prive di strutture interne dedicate alla cybersecurity. Questo non per mancanza di visione, ma per limiti di risorse e di consapevolezza.
E poi ci sono le infrastrutture critiche: energia, trasporti, sanità, telecomunicazioni. Sistemi sempre più interconnessi, sempre più esposti. Il rischio non è solo economico. È sistemico.
La protezione della proprietà intellettuale, dei brevetti, dei progetti industriali, del know-how, è oggi parte integrante della sicurezza nazionale.
Se vogliamo difendere il Made in Italy, dobbiamo difendere le sue infrastrutture digitali. La cybersecurity non può essere vista come un costo accessorio. È una componente strategica della politica industriale.
ed ora:
Dossier Cybersecurity – Parte II
Se la prima parte del nostro dossier ha evidenziato la fragilità strutturale dei sistemi digitali a livello globale, la seconda pone una domanda inevitabile: quanto è esposta l’Italia?
La risposta, secondo i più recenti report di settore e le analisi delle autorità competenti, è chiara: il nostro Paese è un bersaglio costante. Non per debolezza tecnologica, ma per valore strategico.
Pubblica amministrazione digitalizzata, sistema sanitario interconnesso, filiere industriali ad alta specializzazione, patrimonio manifatturiero e creativo tra i più importanti al mondo. Tutto questo rappresenta un asset. E ogni asset è, per definizione, un obiettivo.
-> Pubblica Amministrazione: digitalizzazione accelerata, protezione disomogenea
Negli ultimi anni la PA italiana ha compiuto un salto significativo nella digitalizzazione dei servizi. Identità digitale, pagamenti elettronici, interoperabilità tra enti, archivi cloud. Ma la velocità della trasformazione non è sempre stata accompagnata da un adeguato rafforzamento strutturale della sicurezza.
Le criticità principali riguardano:
– infrastrutture eterogenee tra enti centrali e locali
– sistemi legacy ancora attivi in molti comuni
– carenza di personale specializzato
– difficoltà di coordinamento tra livelli amministrativi
Un attacco ransomware a un ente locale non è solo un problema tecnico: significa blocco di certificati, pratiche edilizie, servizi anagrafici, attività economiche. La sicurezza della PA è sicurezza della cittadinanza.
-> PMI: il punto più vulnerabile del sistema
L’Italia è il Paese delle piccole e medie imprese. Una forza straordinaria dal punto di vista produttivo. Ma anche un punto di fragilità in ambito cyber. Molte PMI:
– non dispongono di un responsabile sicurezza dedicato
– non effettuano audit periodici
– sottovalutano il rischio ransomware
– non adottano sistemi di backup isolati
Spesso si ritiene che le piccole aziende non siano bersagli interessanti. È un errore. Gli attacchi automatizzati non selezionano in base alla dimensione, ma alla vulnerabilità. E quando una PMI viene colpita, il danno può essere definitivo.
Per un Paese fondato sulle filiere produttive, la sicurezza delle PMI è un tema strategico nazionale.
-> Infrastrutture critiche: energia, trasporti, sanità
Il vero punto di attenzione riguarda le infrastrutture critiche.
Energia, reti di distribuzione, trasporti, telecomunicazioni, sanità. Sistemi sempre più interconnessi e automatizzati.
La convergenza tra IT (Information Technology) e OT (Operational Technology) ha aumentato l’efficienza, ma anche l’esposizione. Un attacco informatico a:
– una rete elettrica
– un sistema ferroviario
– un ospedale
– una rete di telecomunicazioni
… non è solo un attacco a un server. È un attacco alla stabilità del Paese.
Le minacce non sono solo criminali, ma anche geopolitiche. Il cyberspazio è ormai un dominio strategico al pari di terra, mare e aria.
-> La proprietà intellettuale: il valore invisibile
Un ulteriore aspetto spesso sottovalutato è la protezione della proprietà intellettuale.
L’Italia è leader mondiale in:
– design
– moda
– meccanica di precisione
– agroalimentare
– innovazione manifatturiera
Il furto di dati, brevetti, progetti industriali o formule produttive non genera solo una perdita economica immediata, ma anche un’erosione della competitività nel medio termine.
Il cybercrime colpisce anche ciò che non si vede: il know-how, la ricerca, la creatività.
Difendere il Made in Italy significa anche difendere le sue infrastrutture digitali.
-> La risposta italiana: progressi e sfide
Negli ultimi anni sono stati compiuti passi importanti:
– istituzione dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale
– rafforzamento delle normative NIS e NIS2
– investimenti del PNRR in digitalizzazione e sicurezza
Ma la sfida resta culturale oltre che tecnica. Serve:
– maggiore consapevolezza nelle imprese
– formazione continua
– collaborazione pubblico-privato
– standard minimi di sicurezza anche per le PMI
La sicurezza non può essere un optional o un adempimento formale.
La cybersecurity deve essere considerata un investimento strategico, un elemento competitivo e un requisito necessario per l’accesso ai mercati internazionali.
Sempre più partner esteri richiedono un audit di sicurezza prima di siglare contratti. Sempre più assicurazioni valutano il livello di cyber prima di coprire i rischi.
La sicurezza digitale è ormai parte integrante della reputazione aziendale.
L’Italia non è un bersaglio casuale. È un bersaglio perché ha valore. Difendere PA, PMI e infrastrutture critiche non è una questione tecnica, ma una scelta di politica industriale e culturale.
La fragilità digitale non è inevitabile.
Ma ignorarla sarebbe un errore strategico.




