Tra futurismo, satira e viralità: l’Italian Brainrot conquista i social

Cyber & TechTra futurismo, satira e viralità: l’Italian Brainrot conquista i social

Trallallero Trallalà, Tung Tung Tung Sahur, Trippi Troppi Troppa Trippa. Non si tratta di una filastrocca infantile né di un delirio linguistico, ma di alcuni dei nomi che accompagnano le bizzarre creature digitali dell’Italian brainrot, il fenomeno social che, nato quasi per gioco, si è trasformato in un caso virale capace di varcare i confini nazionali e attirare l’attenzione di milioni di utenti in tutto il mondo.

L’Italian brainrot è una delle poche produzioni creative digitali interamente made in Italy che, con ironia, nonsense e un pizzico di provocazione, è riuscita a diffondersi come un linguaggio universale. Questi contenuti, generati con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, sono caratterizzati da figure grottesche, spesso accompagnate da suoni onomatopeici, frasi senza senso o filastrocche dal tono volutamente trash.

A spiegare meglio il fenomeno è Francesco Toniolo, professore universitario ed esperto di videogiochi e comunicazione digitale, che intravede addirittura un legame con il futurismo. Secondo Toniolo, se un artista come Filippo Tommaso Marinetti avesse inventato l’Italian brainrot, oggi lo troveremmo studiato nei manuali scolastici. In fondo, il parallelismo non è così azzardato: come il futurismo cercava di rompere con i canoni tradizionali e proporre nuove forme di linguaggio e arte, così il brainrot utilizza il linguaggio digitale contemporaneo per creare una comunicazione fuori dagli schemi, che sorprende e disorienta.

Il termine “brainrot”, letteralmente “marciume cerebrale”, viene utilizzato sui social sia in senso dispregiativo – per definire contenuti di scarsa qualità – sia ironico, come ammissione di consumare volontariamente prodotti considerati privi di spessore intellettuale. Nel caso italiano, la parola è stata adottata con orgoglio autoironico: l’Italian brainrot nasce infatti dalla consapevolezza di proporre immagini e personaggi estremamente semplici, quasi banali, ma proprio questa autocoscienza è la chiave del loro successo.

Il fenomeno non è solo linguistico o visivo, ma ha una dimensione più ampia. Una delle ragioni della sua diffusione è l’elemento del collezionismo: come accadeva con i Pokémon negli anni ’90, anche qui la logica è “devo conoscerli e collezionarli tutti”. Non a caso sono nate carte collezionabili, gadget, pupazzi e oggetti di merchandising legati ai personaggi più amati. Questo ha trasformato una semplice trovata digitale in un piccolo universo narrativo, in cui ogni creatura ha un nome, un suono e una sua identità riconoscibile.

Un altro aspetto interessante è la mitologia collettiva che si è creata intorno al brainrot. Non avendo un autore ufficiale e riconoscibile, queste figure digitali sono percepite come parte di un immaginario condiviso. La loro nascita anonima ha contribuito ad alimentare la sensazione che chiunque possa far parte del fenomeno, generando nuove varianti e contribuendo all’espansione del linguaggio comune. È un processo che ricorda certe forme di cultura popolare o di folklore, in cui non esiste un “proprietario” ma solo la comunità che crea e ricrea continuamente.

Non va dimenticato poi l’elemento del politicamente scorretto. All’inizio, infatti, molte delle creature erano accompagnate da filastrocche piene di bestemmie, insulti e oscenità. Per gli stranieri questi termini non hanno alcun significato, diventando solo suoni esotici; per i giovani italiani, invece, rappresentano un’irriverenza che rompe i tabù linguistici e sociali, accrescendo l’attrattiva del fenomeno. Col tempo questo aspetto si è attenuato, ma resta parte della forza dirompente del brainrot, che non teme di sfidare il “buon gusto” e le convenzioni.

Alcuni critici hanno liquidato l’Italian brainrot come semplice spazzatura digitale. Eppure la sua viralità dimostra che risponde a bisogni culturali profondi: quello di giocare con i linguaggi, di prendersi meno sul serio, di creare comunità intorno a riferimenti assurdi e condivisi. In un’epoca in cui tutto viene analizzato, spiegato e spesso politicizzato, il brainrot si propone come uno spazio di leggerezza e nonsense, capace di unire persone diverse con un sorriso.

Paradossalmente, proprio questo mix di ironia, assurdo e improvvisazione lo rende vicino alle avanguardie storiche come il futurismo e il dadaismo, che all’inizio del Novecento avevano scandalizzato i benpensanti rompendo con la logica tradizionale dell’arte. Oggi, come allora, i detrattori parlano di abomini culturali, ma intanto le nuove generazioni ne fanno un linguaggio identitario.

La storia dell’Italian brainrot è ancora in corso. Se da un lato rischia di esaurirsi come semplice moda passeggera, dall’altro sta già lasciando tracce nella cultura digitale e nell’immaginario collettivo. Perché, al di là del nonsense e delle filastrocche, rappresenta un modo nuovo e libero di esprimersi, dove ogni utente può diventare creatore. E chissà che, un giorno, non venga davvero riconosciuto come un capitolo significativo della creatività italiana, al pari delle avanguardie artistiche del passato.

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