Nel 2026 nuovi progetti di ricerca, catalogazione e recupero di materiali d’archivio stanno valorizzando la storia del design italiano del Novecento come parte centrale della memoria culturale e industriale del Paese. Non si tratta soltanto di oggetti iconici o firme celebri, ma di un sistema che ha influenzato profondamente case, lavoro, consumo e identità nazionale. Il design viene riletto come testimonianza concreta della modernizzazione italiana, capace di raccontare trasformazioni sociali attraverso le forme e le funzioni degli oggetti.
Attraverso archivi aziendali, fotografie di produzione, prototipi, cataloghi, materiali pubblicitari e documenti tecnici, gli studiosi stanno ricostruendo come il design abbia trasformato la vita quotidiana. Elettrodomestici, arredi, utensili, apparecchi per uffici, soluzioni per la cucina e oggetti d’uso comune diventano fonti storiche: non solo perché rappresentano lo stile di un’epoca, ma perché mostrano nuove abitudini domestiche, nuovi ritmi urbani, cambiamenti nei consumi e nella cultura del lavoro.
Una parte centrale delle ricerche riguarda il legame tra industria e cultura. Il design italiano non nasce soltanto dall’estetica, ma da processi produttivi, materiali disponibili, logiche economiche e competenze manifatturiere diffuse. L’oggetto diventa così documento sociale: racconta il rapporto tra innovazione e bisogno, tra desiderio e accessibilità, tra serialità industriale e qualità progettuale.
Nel 2026 questa prospettiva rafforza l’idea che la storia contemporanea italiana possa essere letta anche attraverso ciò che abbiamo toccato e usato ogni giorno. Gli oggetti, più dei discorsi, raccontano la trasformazione reale di una società: come viveva, come lavorava, cosa sognava.
Il design del Novecento diventa quindi memoria industriale e sociale: un archivio di forme che parla di modernità, identità e cultura materiale, e che aiuta a capire chi siamo stati.






