Federico Pietrella, artista romano da anni residente a Berlino, ha saputo costruire un linguaggio artistico assolutamente unico che unisce tecnica, concettualità e memoria del tempo. La sua cifra stilistica è tanto originale quanto affascinante: invece di usare i pennelli, strumenti tradizionali della pittura, Pietrella utilizza i timbri datari, quelli comunemente impiegati negli uffici per marcare documenti e scadenze. Una scelta che, a prima vista, può sembrare bizzarra, ma che in realtà racchiude una profonda riflessione sull’arte, sulla vita e sul passare inesorabile dei giorni.
L’effetto che ne deriva è sorprendente. Ogni quadro nasce da migliaia di piccoli timbri, ripetuti in modo ossessivo e meticoloso, che formano un’immagine finale dallo straordinario impatto visivo. È un procedimento che richiama il puntinismo di fine Ottocento, ma che restituisce un’impressione decisamente impressionista: le figure sembrano emergere dalla tela come se fossero fatte di pura luce, di vibrazioni visive, di energia vitale.
Non è un caso che lo stesso Pietrella abbia spesso ricordato come l’ispirazione alla base del suo lavoro provenga dal divisionismo e dal modo in cui gli artisti di quel movimento riuscivano a scomporre la realtà in elementi minimi, per poi ricostruirla in modo nuovo e dinamico. La differenza è che, mentre gli impressionisti e i divisionisti usavano pennellate e colori, Pietrella utilizza la data del giorno, ripetuta all’infinito, quasi a voler fermare il tempo dentro l’opera.
Il suo processo creativo inizia sempre con una fotografia: l’artista scatta un’immagine del soggetto prescelto, sia esso un paesaggio, un interno domestico o una figura umana. Successivamente traccia i contorni sulla tela e da lì prende il via la lunga e faticosa costruzione dell’opera. Pietrella imposta la data corrente sul timbro e inizia a imprimere migliaia di volte, riga dopo riga, fino a riempire l’intera superficie. Ogni timbrata non è casuale, ma parte di un disegno più ampio, calibrato e minuzioso.
Il tempo diventa così un elemento intrinseco dell’opera stessa. A differenza di un quadro tradizionale, in cui il processo creativo rimane invisibile allo spettatore, nelle opere di Pietrella il tempo è reso tangibile, perché ogni giorno ha il suo timbro, ogni cambiamento di data è registrato. È come se il dipinto fosse un diario visivo, che documenta non solo il soggetto rappresentato ma anche la durata, la fatica e la costanza necessarie a realizzarlo.
Il risultato è che ogni quadro porta il titolo delle sue stesse date di nascita e di conclusione: l’arco temporale in cui è stato realizzato diventa parte integrante dell’opera e ne racconta la genesi. Alcuni lavori richiedono settimane, altri mesi, a seconda della complessità del soggetto e della densità dei dettagli. Questo ritmo lento, scandito giorno dopo giorno, trascina l’artista in una dimensione meditativa, in cui il gesto ripetuto diventa quasi una preghiera laica, un mantra capace di sospendere il tempo.
La scelta di usare uno strumento così impersonale come il timbro datario non è casuale. Pietrella sembra voler dimostrare che anche un oggetto comune, nato per funzioni burocratiche e prive di poesia, possa diventare un mezzo espressivo capace di generare emozione, bellezza e riflessione. Ogni quadro non è soltanto un’immagine da osservare, ma una riflessione sul tempo che passa, sulla memoria che si accumula e sul valore della ripetizione nella vita quotidiana.
L’artista stesso ha sottolineato come questa tecnica gli permetta di vivere l’opera non come un risultato immediato ma come un viaggio, un cammino lento e progressivo. Ogni timbro è una traccia di esistenza, un piccolo frammento che, sommato agli altri, restituisce una visione d’insieme. In questo senso, i suoi lavori non sono mai statici: se osservati da vicino si percepiscono le singole date, mentre da lontano emergono figure e paesaggi, quasi a simboleggiare come il tempo individuale si fonda in una dimensione collettiva.
Durante una recente visita a Roma, Pietrella ha colto l’occasione per tornare alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, un luogo che per lui conserva grande importanza. Qui ha potuto ammirare nuovamente le opere di Giovanni Segantini e Giacomo Balla, due figure che hanno fortemente influenzato il suo percorso. Da Segantini ha appreso la forza della luce e il valore spirituale del paesaggio, mentre da Balla ha raccolto la lezione del dinamismo e della capacità di trasformare il movimento in arte visiva.
L’arte di Pietrella, quindi, non è soltanto un gioco visivo o una tecnica insolita, ma una vera e propria ricerca filosofica. Essa interroga lo spettatore sul senso del tempo, sull’importanza della memoria e sul valore delle azioni ripetute. In un’epoca dominata dalla velocità, dal consumo rapido delle immagini e delle esperienze, i suoi lavori rappresentano un invito a rallentare, a fermarsi e a contemplare.
Il timbro, strumento anonimo e impersonale, diventa così una firma, un segno che racconta non solo l’oggi ma anche l’incessante scorrere della vita. Le tele di Pietrella sono specchi in cui riconoscere il nostro stesso rapporto con il tempo: ogni giorno è uguale e diverso al precedente, ogni data è insieme banale e preziosa, ogni ripetizione è una costruzione di senso.
Federico Pietrella ha saputo unire la tradizione impressionista con la contemporaneità concettuale, dimostrando che la vera arte non sta negli strumenti utilizzati ma nello sguardo che li guida. E i suoi quadri, con la loro ipnotica bellezza fatta di timbri e di tempo, ne sono la più limpida testimonianza.
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