Nel 2026 cresce in modo evidente nei ristoranti italiani l’attenzione verso brodi, consommé e zuppe, che tornano a occupare un ruolo centrale nei menù. Preparazioni a lungo considerate marginali, domestiche o funzionali vengono oggi riscoperte come fondamenta della cucina, reinterpretate attraverso tecnica, precisione e una sensibilità contemporanea che mette al centro il tempo e la profondità.
I brodi non sono più semplici basi di partenza, ma piatti autonomi e identitari. Brodi di verdure, carni o pesce vengono lavorati con estrazioni lente, temperature controllate, chiarificazioni naturali e riduzioni misurate, dando origine a preparazioni limpide, complesse e stratificate. Ogni brodo racconta una materia prima, un territorio e una stagione, diventando espressione diretta della filosofia del ristorante e della sua idea di cucina.
Le zuppe stagionali recuperano il legame con la tradizione domestica italiana, ma parlano un linguaggio attuale. Legumi, cereali, verdure invernali, ortaggi dimenticati e pane raffermo vengono trattati con rispetto e rigore, senza eccessi decorativi o forzature creative. La semplicità apparente nasconde un grande lavoro di equilibrio, conoscenza delle materie e controllo delle consistenze.
Il ritorno dei brodi risponde anche a un bisogno diffuso di leggerezza, calore e digeribilità. In un contesto gastronomico spesso dominato da intensità, accumulo e complessità, il brodo offre conforto, continuità e profondità gustativa senza appesantire. È un piatto che nutre senza invadere.
Nel 2026 la cucina italiana riscopre così uno dei suoi fondamenti più antichi, riaffermando il valore del tempo, dell’estrazione lenta e della cucina come gesto di cura. Il comfort food evolve, diventando consapevole, colto e profondamente identitario.





