Editoriale di Alessandro Civati
La trasformazione digitale rappresenta una delle più grandi opportunità economiche e sociali del nostro tempo. Tuttavia, essa espone le nostre infrastrutture a un rischio che non può più essere considerato marginale.
I principali report internazionali confermano un aumento costante degli attacchi informatici, sia in termini quantitativi sia qualitativi. Ransomware, compromissioni della supply chain, sfruttamento di vulnerabilità zero-day e campagne strutturate di phishing delineano uno scenario in cui la superficie d’attacco cresce più rapidamente della nostra capacità di difesa.
Il problema non è l’innovazione. È la mancata integrazione strutturale della sicurezza nei processi di digitalizzazione. Molte organizzazioni operano ancora su infrastrutture legacy, con sistemi stratificati nel tempo e una governance della sicurezza frammentata. La cultura della prevenzione non è ancora diffusa in modo uniforme.
La cybersecurity deve essere riconosciuta come componente essenziale della governance aziendale e pubblica. Modelli come Zero Trust, il monitoraggio continuo, la gestione avanzata delle identità e la sicurezza by design non rappresentano opzioni tecnologiche, ma standard minimi per la resilienza digitale.
Una visione europea
L’Unione Europea ha compiuto passi importanti con la Direttiva NIS2 e con il rafforzamento delle politiche di cybersecurity comuni. Tuttavia, l’efficacia normativa dipende dalla capacità degli Stati membri di tradurre principi in attuazione concreta. La sicurezza digitale è ormai un pilastro della sovranità europea. Investire in resilienza significa investire in autonomia strategica.
Leadership e responsabilità
Il futuro digitale non sarà definito dalla sola innovazione tecnologica, ma dalla capacità di integrare sicurezza, governance e cultura organizzativa.
La fragilità non è inevitabile.
Ma ignorarla sarebbe una responsabilità collettiva.
ed ora:
Dossier Cybersecurity – Parte I
La digitalizzazione è stata presentata come una promessa di efficienza e di progresso. Pubblica amministrazione online, smart working, cloud computing, sanità digitale, industria 4.0.
Eppure, secondo i più recenti report internazionali sulla sicurezza informatica, stiamo entrando in una fase diversa: quella della fragilità sistemica.
Il Global Risks Report del World Economic Forum inserisce, da anni, il cybercrime tra i principali rischi globali. Il Cost of a Data Breach Report di IBM evidenzia costi medi per violazione che superano ormai i 4 milioni di dollari. L’ENISA Threat Landscape Report conferma un incremento costante di ransomware, di attacchi alla supply chain e di campagne di phishing avanzate.
Il quadro è chiaro: l’infrastruttura digitale globale è sotto pressione.
Le vulnerabilità strutturali:
- Infrastrutture legacy e debito tecnologico – Molte organizzazioni pubbliche e private operano ancora su sistemi progettati decenni fa. Patch ritardate, software non più supportati, architetture stratificate nel tempo.
La trasformazione digitale è spesso stata accelerata senza una revisione profonda delle fondamenta tecnologiche. Il risultato è un ecosistema fragile, complesso e difficilmente monitorabile. - L’errore umano come porta d’ingresso – Secondo i principali report di settore, oltre l’80% degli attacchi inizia da un errore umano:
– credenziali deboli
– phishing
– configurazioni errate nel cloud
– accessi non revocati
La tecnologia si evolve, ma il fattore umano resta l’anello più debole. - Sicurezza frammentata – Molte organizzazioni adottano strumenti di protezione scollegati tra loro. Endpoint security, firewall, sistemi di monitoraggio e gestione dell’identità spesso operano in silos. Senza una visione integrata, è difficile individuare comportamenti anomali prima che si trasformino in incidenti gravi.
- Supply chain e dipendenza digitale – La crescente interconnessione tra aziende e fornitori amplifica il rischio. Gli attacchi alla supply chain dimostrano che basta compromettere un solo anello per colpire centinaia o migliaia di organizzazioni.
Il principio della fiducia digitale può trasformarsi in vulnerabilità sistemica.
L’impatto economico e sociale
Le conseguenze non si limitano alla perdita di dati.
Ospedali bloccati
Servizi pubblici sospesi
Aziende con linee produttive ferme
Danni reputazionali permanenti
Il cybercrime è oggi una delle economie parallele più redditizie al mondo. Non è più solo un problema tecnico: è un tema di stabilità economica e sicurezza nazionale.
Le soluzioni: resilienza e governance
Il passaggio chiave è evolvere da una logica reattiva a una strategia di resilienza preventiva.
Le direttrici principali sono chiare:
– Zero Trust Architecture: verifica continua di utenti e dispositivi
– Monitoraggio in tempo reale e threat intelligence
– Secure Development Lifecycle (DevSecOps)
– Gestione avanzata delle identità (IAM) con MFA
– Backup isolati ed encryption sistematica
– Formazione continua e cultura della sicurezza
La sicurezza non può più essere affidata esclusivamente ai reparti IT. Deve diventare parte integrante della governance aziendale e istituzionale.
L’Italia nel contesto globale
Per un Paese come l’Italia, con un tessuto produttivo composto in larga parte da PMI e una crescente digitalizzazione dei servizi pubblici, la sfida è duplice:
– proteggere il sistema industriale
– rafforzare la cultura della cybersecurity
La competitività internazionale passa anche dalla capacità di tutelare le infrastrutture digitali, i dati e la proprietà intellettuale.
La digitalizzazione non è in discussione. È irreversibile.
Ma la sua sostenibilità dipende dalla capacità di ridurre la fragilità attuale. I sistemi online non stanno crollando, ma mostrano crepe evidenti. Ignorarle sarebbe l’errore più costoso.






