Le autorità italiane hanno introdotto regole di filiera più stringenti per i brand di moda che desiderano utilizzare l’etichetta di prestigio “Made in Italy“. Le nuove normative inaspriscono i requisiti, imponendo alle aziende di dimostrare che le fasi significative della produzione avvengano effettivamente sul territorio italiano e non si limitino a semplici operazioni di assemblaggio o rifinitura. Questa mossa è fondamentale per combattere l’uso improprio e fuorviante dell’etichetta, noto come Italian Sounding, e per proteggere i consumatori e l’autentico know-how artigianale nazionale.
L’introduzione di criteri di tracciabilità più rigorosi richiede che le aziende documentino l’origine dei materiali, le specifiche tecniche della lavorazione e la localizzazione geografica dei processi chiave, dall’ideazione alla confezione. Questo rafforza la fiducia nel brand “Made in Italy”, che è sinonimo globale di qualità, design e alto valore aggiunto. Sebbene questa iniziativa sia stata accolta con favore dai grandi brand e dalle associazioni di categoria che investono nella produzione domestica (come Confindustria Moda), essa pone un onere di conformità e costo maggiore per le piccole imprese e le start-up che potrebbero faticare a implementare sistemi di tracciabilità complessi lungo tutta la loro supply chain.
Le nuove regole si allineano perfettamente con il trend globale verso la trasparenza e la sostenibilità nella moda. L’Italia intende garantire che l’etichetta sia un indicatore affidabile non solo della qualità, ma anche del rispetto degli standard di labour e ambientali. Questo posizionamento strategico è cruciale in un momento in cui l’industria tessile e dell’abbigliamento italiana deve affrontare un calo delle esportazioni (registrato nei primi sette mesi del 2025) e la concorrenza dell’ultra fast fashion. L’obiettivo è proteggere il valore intrinseco e l’eccellenza della manifattura italiana sul mercato internazionale.






