Nel 2026 la ristorazione italiana mostra una crescente attenzione verso specie ittiche considerate a lungo marginali dal mercato, ma in realtà abbondanti e profondamente radicate nelle tradizioni costiere locali. Sugarelli, alici di grande taglia, palamite, lanzardi e altre varietà meno commerciali entrano stabilmente nei menù, diventando protagonisti di una cucina di mare più sostenibile, accessibile e coerente con l’ecosistema mediterraneo.
Gli chef lavorano su preparazioni che esaltano freschezza e qualità intrinseca del pescato: marinature leggere, cotture brevi alla brace, brodi di mare essenziali, conserve delicate e ricette tradizionali reinterpretate con precisione contemporanea. Questo approccio dimostra che il valore gastronomico non dipende dal prestigio commerciale della specie, ma dalla conoscenza tecnica, dalla stagionalità e dal rispetto della materia prima.
La rivalutazione del cosiddetto “pesce povero” produce anche effetti ambientali ed economici rilevanti. Riducendo la pressione sulle specie più sfruttate, contribuisce a un equilibrio più sostenibile della pesca e rafforza le micro-economie delle comunità costiere. Pescatori artigianali, mercati locali e filiere corte trovano nuova centralità all’interno di un modello gastronomico più responsabile.
Nel 2026 questa tendenza racconta una trasformazione culturale più ampia: la cucina di mare italiana si orienta verso etica, biodiversità e autenticità territoriale. Il risultato è una gastronomia meno ostentata ma più vera, capace di coniugare gusto profondo e sostenibilità concreta.






